Roma, gennaio ’24
Ma perché devi farmi piangere?
Guardo dal balcone le persone in strada, chi porta il cane, chi fa un parcheggio in retromarcia, chi passando in bici apre un cassonetto ci guarda dentro richiude e passa oltre. Le macchine che girano a destra, a sinistra. I pini di Roma, i cipressi. Il cielo è rosso ma arancio ma rosa ma lilla ma cobalto ma celeste ma blu notte.
I gabbiani lo tagliano arcobaleno. La notte vola.
Aerei che partono, che atterrano.
Fa freddo ma voglio restare il più possibile vicino a questo cielo.
Il campanile della basilica di San Paolo è la cosa più alta. Un cielo basso, vicino. C’è un albero dai rami secchi laggiù dal tronco chiaro, drittissimo e poi dai rami sottilissimi senza neanche una foglia un frastagliamento di linee spezzate armoniose formano una sorta di schizzo stilizzato, astratto. Ma lui è concretissimo. Si appiccica ai colori del cielo. Il buio ti innamora. Lo guardo intensamente e fissandolo mi sento lì dov’è lui. Così vicino, ho le vertigini. Sono tra le tue linee.
Perché il cielo mi sembra tramontare più lentamente qui che a New York?
Figli delle stelle, poi cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente. Cerco tutto il contrario. Non avere nessun centro di gravità. Eroi di un sogno, senza storia e senza età. Che il centro non sia New York, non lo sia Roma o Parigi, che non lo sia la Sicilia. Cambiare idea ogni secondo. Ogni secondo sulle cose e sulla gente. Sui luoghi.
Arrivare a Roma e sentire di voler vivere sotto questo cielo. Vedere l’Etna dall’aereo e piangere perché non posso vivere lontano da quella montagna ma allo stesso tempo posso benissimo e lo voglio. Moltitudini strappano mordono sono violente e tenere. Atterrare tra le luci di New York vedere le nuvole riflesse sui vetri dei suoi grattacieli le sue acque sconosciute e sentire di essere nel posto giusto. Pensare alla Senna ai suoi ponti ai suoi salici alle sue parole ai fremiti della sua luce alle onde del Canal al balsamo delle sue stradine delle piazze dei sedili della metro del più squallido e del più luminoso e desiderare di trovarsi lì in questo istante. Cambiare idea su un sacco di cose. Su chi sono su dove voglio vivere su cosa mi voglio spalmare. Voglio che le mie radici si sviluppino in larghezza, non solo in profondità. Essere rizoma tentacolo entropia rete neuronale ragnatela trama di tessuto sistema solare liquido filamento contaminazione.
Ora il cielo è tutto nero, chiudo il balcone, rientro. È ripartito Battiato.
Pensiero stupendo. Sedotta. È questa città un pensiero stupendo. Le mani le sue, o prima o poi. È un momento meraviglioso quello in cui lei adesso sa che vorrei. Per la prima volta sai di desiderare qualcosa. Quell’istante, una voglia ti coglie di sorpresa e ti fa soffrire. Una scommessa. Un patto segreto. Una carezza nascosta. Vicini per questione di cuore se così si può dire.
Dirò.
Quell’istante era questo cielo su Roma. Uno spazio strettissimo ma aperto, una frattura. Lo spazio di pochi giorni, a volte di poche ore. Tra un volo e l’altro. Tra la Sicilia e New York. Nel rimbalzo tra un ramo e l’altro.
Prima di partire per questi due giorni romani, lavando i piatti a Caltagirone pensavo a quella volta che a diciott’anni con G. avevamo fatto un abbonamento a teatro e a quella sera che eravamo seduti vicini allo spettacolo su Peppino Impastato. Sconvolti. Io ero così felice che ci fossimo andati insieme, che fossimo lì a rivivere quella storia. Mentre applaudiamo in piedi lui mi dice piano “e tu te ne vuoi andare”. Quelle parole scivolano perfette dentro di me, io non so cosa dire. Rispondo qualcosa di cui non ho nessuna memoria. Io me ne volevo andare. Era una delle poche certezze. Andarmene. Poi me ne sono andata.
Non sono ancora tornata.

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