Lettera a New York
Sulla D sospesa su rotaie che sanno di vuoto guardo fuori dal finestrino il ponte di Brooklyn che scivola via lentamente. Nelle mie orecchie è appena passata The Boxer, adesso America ha preso il suo posto.
All come to look for America.
La sera prima di stendermi a letto ho l’abitudine di dare un singolo sguardo alla Freedom Tower che si vede dalla mia finestra.
Libertà da cosa?
Mostrami qualcosa di bello.
Qualcosa di bello
mostrami,
qualcosa che
non sia la consumazione
delle esperienze, della
vicinanza fisica e
emotiva,
delle connessioni, dei
vestiti, dei libri, del
lavoro,
delle passioni,
delle distrazioni,
delle guerre, delle
bugie.
Libertà da cosa? Dalle schiavitù.
Quali schiavitù? Vorrei avere una risposta. Quali?
Non riesco a trovare una risposta. Libertà da cosa?
Vorrei avere anche solo la metà
di una risposta.
I am a rock I am an island.
Mostrami qualcosa che non sia
la transitorietà di tutto,
qualcosa di bello che
non sia
transactional,
mostrami.
L’atrocità di uno svuotamento interiore. Mostrami qualcosa che non sia arido come chi ti tocca e si volta.
Mostrami che i tuoi ponti
sono ponti
le tue acque
sono flutti
su cui è navigata la bellezza.
Fammi sentire i sogni di chi ti ha desiderato, la liberazione di chi ti ha avuto, la leggerezza di chi scivola sulle tue piste di ghiaccio ballando col sorriso. Mostrami la spensieratezza degli studenti capaci di lottare e cantare con tutta la voce che hanno. Mostrami che questo ghiaccio ti fa luminosa e non insensibile.
Redimi il tuo prezzo.
Redimi questa solitudine.
E le persone nei treni.
Fagli alzare lo sguardo una volta. Fatti vedere in faccia.
Smussa queste lame.
Restituiscimi qualcosa di più del mio riflesso alla finestra.
Tendimela una mano ma poi non sottrarmela.
Fammelo sentire questo sogno tuo
ma prima,
scrostami questi incubi, oppure
finiscimi.

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