Interferenze

New York, 12 settembre ’25

Il signore che in metro sente con il telefono vicino all’orecchio “The way we were” di Barbara Streisand anche se è già a tutto volume.
Forse vuol dire che certe cose ti arrivano in una maniera singolare che parla solo a te anche quando sono sotto gli occhi di tutti, anche quando sono di tutti.

Ripenso ai suoi occhi mentre ascolta quella canzone, la maniera in cui cade il suo sguardo è piena di una dolcezza malinconica che gli scivola dalle palpebre come un sospiro oculare. Discreto fisso tutto pieno di significato. Sta lì fermo con il corpo proteso in avanti, i gomiti poggiati sulle ginocchia con gli avambracci reggono il peso della testa e del busto mentre quella mano tiene il telefono attaccato il più possibile all’orecchio. Quella canzone a tutto volume.

La metro va velocissima le fermate si susseguono il suo sguardo rimane ancora in quella posa morbida balsamica di qualcosa che forse non c’è più di qualche pensiero che chissà quale direzione prende resta così dentro quella sensazione dentro quelle note dentro la voce di Barbara Streisand che come seta lega le parole senza lasciarne andare nessuna crea un lunghissimo filo per sollevarti da terra con leggerezza.

E io non posso fare a meno di restare immobile a guardare lui calamitata dalla bellezza di questo momento così privato e così pubblico insieme così sotto gli occhi di tutti, come tutto a New York. Così personale e così divorato dal mondo allo stesso tempo. La bellezza del mistero di quei pensieri raccolti negli occhi del signore e la presenza indifferente della gente attorno, del flusso dei loro pensieri mentre nell’aria c’è quella canzone che forse non si chiedono neanche da dove venga, le interferenze delle menti e dei cuori di un singolo vagone.

La canzone finisce, lui la ascolta fino alla dissolvenza dell’ultimo secondo, poi stacca il telefono dall’orecchio, preme il dito sullo schermo e lo sposta tutto a sinistra.
La canzone riparte da capo. 

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